Aggiornamento febbraio 1998
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Schistosomiasi
Febbre dengue
Febbre gialla
Neurocisticercosi
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Clinica
SCHISTOSOMIASI
La schistosomiasi è un'infestazione parassitaria causata da trematodi che si localizzano
principalmente a livello intestinale (S. mansoni, S. mekongi, S. japonicum) o genitourinario (S. haematobium). La malattia
è endemica in 74 Paesi africani, sudamericani, caraibici ed asiatici : le persone infestate sono circa 200 milioni,
quelle a rischio circa 600 milioni.
L'uomo si contagia durante l'immersione (anche parziale) in acque dolci (di fiumi, laghi,
canali) contenenti le cercarie che rappresentano la forma infestante degli schistosomi. Queste vengono rilasciate in acqua
da alcune specie di molluschi (ospiti intermedi dei parassiti) e penetrano attivamente attraverso la cute integra dell'uomo o
degli animali.
La schistosomiasi è una malattia dinamica che emerge o risorge in nuove aree in seguito
a mutamenti ecologici. Recentemente diverse epidemie di schistosomiasi sono state identificate tra viaggiatori, espatriati e
militari.
Ad esempio, nel 1992 due volontari dei Corpi di Pace americani svilupparono una schistosomiasi
cerebrale in seguito alla balneazione nelle acque di Cap Maclear (lago Malawi). Il lago Malawi è una destinazione
molto popolare per coloro che praticano gli sport subacquei; per l'eccellente qualità delle sue acque per molto
tempo si è ritenuto che fosse esente dalla schistosomiasi.
La popolarità di questa meta è documentata dal fatto che circa 11.000 turisti
visitano annualmente il Malawi National Park a Cape Maclear per svolgere attività ricreazionali (immersioni, regate)
nel lago; secondo una stima conservativa, almeno 5.000 espatriati o turisti contraggono ogni anno la schistosomiasi in questo
lago.
Per quel che concerne la patogenesi sperimentale della schistosomiasi, diversi studi condotti negli
ultimi anni utilizzando anticorpi monoclonali anticitochine, citochine ricombinanti e citochine molecolarmente alterate, sistemi
di produzione delle citochine e sistemi di valutazione dell'mRNA di citochine hanno rivoluzionato lo studio dei meccanismi
patogenetici della schistosomiasi.
Cloni TH CD4+CD8- derivati da granulomi epatici di topi infettati per 8 settimane presentano una
produzione di citochine compatibile con una risposta TH0 (interleuchina-2, interleuchina-4, interferone-gamma) mentre quelli
infestati per 20 settimane presentano una risposta di tipo sia TH0, sia TH2.
La somministrazione di anticorpi monoclonali anti-interleuchina-4 a topi infestati con
S. mansoni e S. japonicum inibisce la produzione di citochine responsabili di una risposta TH2, riduce la fibrosi epatica, ma non diminuisce
le dimensioni dei granulomi.
La somministrazione di interleuchina-12 ricombinante entro 2 giorni dalla somministrazione sottocutanea
di uova di schistosoma sopprime la risposta citochinica TH2. Questo sovvertimento della risposta TH2 è mediato
dall'interferone-gamma endogeno prodotto dalle cellule natural killer.
Sul fronte diagnostico, un test urinario rapido (75 minuti), che utilizza strisce reagenti in grado di
evidenziare glucoconiugati stabili dell'intestino di schistosomi adulti, sembra avere una migliore sensibilità
( 96 %vs 88 %) e una specificità sovrapponibile (97 % vs 100 %) rispetto al metodo immunoenzimatico.
In un recente studio sulla schistosomiasi nei viaggiatori e negli espatriati, la sindrome di
Katayama (che coincide con la maturazione dei trematodi, la loro migrazione e la iniziale deposizione delle uova)
era presente nel 57 % dei viaggiatori e nel 32 % degli espatriati.
Come è noto, la sindrome di Katayama può comparire a distanza di 2-10 settimane
dall'avvenuta infestazione negli individui non immuni ed è caratterizzata dalla insorgenza improvvisa di febbre,
brividi, cefalea, calo ponderale, diarrea, nausea, vomito, artromialgie, dispnea, tosse secca, alterazioni radiografiche ed
eosinofilia spiccata.
Secondo gli Autori del citato lavoro, il metodo più sensibile per dimostrare la schistosomiasi
sembra essere la combinazione di una accurata storia relativa al viaggio e l'utilizzo di esami sierologici appropriati
(IFAT, IHA, ELISA) soprattutto nei casi caratterizzati da limitata eliminazione di uova e durante il periodo che precede
la produzione delle stesse.
Nei pazienti con dati anamnestici di esposizione ad acque dolci e che presentano titoli
anticorpali elevati pur in assenza di una diagnosi parassitologica definitiva viene suggerito di effettuare un trattamento
con il praziquantel (che rimane, pur con possibili insuccessi, il farmaco di scelta per tutte le forme di schistosomiasi).
FEBBRE DENGUE
La febbre dengue costituisce la più importante e diffusa infezione virale trasmessa da zanzare.
Viene stimato che le persone a rischio per questa virosi siano in tutto il mondo circa 2,5 miliardi; annualmente si verificano
circa 150 milioni di casi di dengue con 250.000 casi delle forme più gravi e potenzialmente letali -dengue emorragica (DHF)
e dengue con sindrome da shock (DSS).
Il virus responsabile appartiene alla famiglia Flaviviridae e contiene una molecola di RNA a singola
elica; sono noti 4 sierotipi antigenicamente distinti e denominati dengue virus 1-4.
A differenza di quanto accade per molte malattie infettive trasmesse da vettori, la dengue è
una malattia urbana; ciò è in relazione al fatto che il suo vettore principale e più efficiente- Aedes aegypti - (diffuso in
tutte le regioni tropicali delle Americhe, dell'Africa, dell'Asia, dell'Australia e del Pacifico meridionale) vive all'interno e nelle
vicinanze delle abitazioni nutrendosi durante il giorno (preferenzialmente nelle ore del primo mattino e del pomeriggio avanzato).
A partire dalla seconda guerra mondiale, la febbre dengue ha presentato un incremento nella
sua prevalenza e gravità. Tra i fattori responsabili della sua drammatica espansione geografica vanno annoverati :
l'incremento dei viaggi internazionali e delle migrazioni (i soggetti viremici sono responsabili del trasporto del virus in nuove
aree geografiche); la crescente urbanizzazione soprattutto nelle aree tropicali con situazioni di sovraffollamento, ideali per la
trasmissione del virus; la povertà; la resistenza dei vettori agli insetticidi di uso domestico; la presenza di ammassi di
rifiuti, pneumatici e contenitori vuoti, che costituiscono siti preferenziali per la riproduzione delle zanzare, abbandonati vicino ai
luoghi dove queste possono nutrirsi.
Accanto a questi vanno poi annoverati i cambiamenti climatici, la riduzione dei programmi generali
di controllo dei vettori e l'incremento delle regioni dove circolano simultaneamente o sequenzialmente multipli sierotipi del
virus dengue (con conseguente aumento del rischio di casi ad evoluzione grave).
La guarigione dall'infezione prodotta da un sierotipo induce un'immunità che perdura per
l'intera vita nei confronti di quel sierotipo, ma soltanto una protezione transitoria nei confronti degli altri sierotipi. Il fattore di
rischio più importante per lo sviluppo di forme gravi di dengue sembra essere costituito dalla presenza di anticorpi eterologhi
contro il virus dengue acquisiti passivamente durante la vita intrauterina oppure prodotti in seguito ad una precedente infezione.
Infatti il rischio relativo di andare incontro ad una malattia grave è 100 volte superiore dopo un secondo episodio di
infezione rispetto all'infezione primaria (Proc Natl Acad Sci 1994; 91 : 2395-2400 ).
I fagociti mononucleati sembrano essere la principale cellula bersaglio per la replicazione
virale; l'infezione si accompagna ad un'imponente attivazione di cellule T che contribuisce al rilascio di citochine.
Rimane ancora da chiarire se la risposta immunitaria cellulo-mediata sia importante per l'eliminazione virale o se,
al contrario, possa contribuire all'immunopatologia delle forme gravi di dengue.
La capacità del medico di determinare rapidamente, obiettivamente ed economicamente
se i pazienti presentino o meno un'aumentata permeabilità vascolare costituisce un evento critico nel trattamento dei
pazienti con DHF o DSS. A questo proposito, un'importante indagine diagnostica non invasiva per dimostrare indirettamente
un aumento patologico della permeabilità vascolare sembra essere l'ecografia dell'addome con dimostrazione di un ispessimento della parete della cistifellea (J Clin Ultrasound
1995; 23 : 357-362).
Studi di biologia molecolare condotti su isolati virali provenienti dalle epidemie di febbre dengue
emorragica verificatesi recentemente in America Latina (a Cuba nel 1981) hanno permesso di dimostrare che il tipo di
virus dengue 2 era differente da quello circolante nei tropici sudamericani negli anni '70 (che non provocava forme gravi di
malattia) ed era stato probabilmente introdotto dal Sud-Est asiatico (Am J Trop Med Hyg 1995; 52 : 241-246).
Attualmente non esiste un vaccino protettivo nei confronti del virus dengue, ma sono in studio diversi
candidati vaccini che utilizzano differenti approcci. Uno di questi prevede la costruzione di virus chimerici con l'introduzione di
mutazioni attenuanti nelle regioni 3' o 5' non codificanti o nei geni non strutturali dell'intero genoma del virus dengue 4
(contenente i geni strutturali dei virus dengue 1,2 o 3).
L'intento è quello di ottenere un virus che presenti le caratteristiche di crescita attenuate
del virus 4 e che sia in grado di indurre una risposta immunitaria protettiva nei confronti di tutti i sierotipi
(J Virol 1995; 69 : 5186-5190). Altri studi promettenti prevedono l'utilizzo di proteine ricombinanti contenenti diverse
combinazioni di geni strutturali e non strutturali del sierotipo dengue 1. In particolare, i titoli più elevati di anticorpi
neutralizzanti sono stati ottenuti in topi in cui venivano iniettati preparati contenenti i geni prM-E (Vaccine 1994; 12 : 279-285)
e proteine ricombinanti contenenti 204 aminoacidi della terminazione carbossilica della proteina E e 65 aminoacidi terminali
della proteina NS1 ( Vaccine 1995; 13 : 1515-1521).
FEBBRE GIALLA
La febbre gialla è una zoonosi presente nelle regioni tropicali e subtropicali dell'Africa e
del Sudamerica. Come è noto, esistono due modalità di diffusione e trasmissione per il virus della febbre
gialla, il ciclo silvestre ( o della giungla) ed il ciclo urbano.
Il ciclo silvestre ha inizio quando le zanzare vettrici, abitualmente zoofile (Aedes africanus in Africa,
diverse specie di zanzare del genere Haemagogus in Sudamerica) pungono ( per nutrirsi del loro sangue) primati non umani
infettati con il virus della febbre gialla.
L'uomo viene infettato occasionalmente, percorrendo zone forestali abitate da scimmie con viremia
e dagli artropodi vettori. Il rischio maggiore per l'inizio di un'epidemia si instaura nel momento in cui un soggetto viremico,
rientrato in un'area urbana, viene punto da zanzare vettrici antropofile ( A. aegypti - presente nelle aree urbane sia in Africa
sia in Sudamerica) che trasmettono quindi il virus ad altri uomini, dando così inizio al ciclo urbano.
La dimensione di un'epidemia dipende dalla concomitanza di condizioni ambientali favorevoli in
grado di aumentare la densità dei vettori (ad esempio la stagione delle piogge). Quantunque zanzare del genere
Aedes siano presenti in tutti i climi caldi, negli ultimi 90 anni casi di febbre gialla si sono registrati soltanto in Africa e Sudamerica.
Studi sieroepidemiologici hanno confermato che queste sono le uniche zone a rischio, ma non vi
è una spiegazione plausibile circa l'assenza dell'infezione in altre regioni a clima caldo ( incluso il Medioriente, il
Sud-Est asiatico e il Pacifico). Negli ultimi anni si è assistito ad un drammatico risorgere della febbre gialla.
Nel periodo 1987-1991 sono stati notificati 18.735 casi con 4.522 morti; questi numeri rappresentano
il maggior incremento di attività della febbre gialla per quinquennio considerato a partire dal 1948 (anno di inizio delle
notifiche obbligatorie all'OMS). Per motivi sconosciuti, un numero minore di casi sono stati riportati nel 1992 (295 casi) e nel
1993 (393 casi) con un nuovo incremento nel 1994 e 1995.
Nel 1994 sono stati notificati complessivamente all'OMS 1439 casi con 491 decessi (34 % di
letalità) mentre nel 1995 sono stati 974 con 247 decessi ( 25 % di letalità). Epidemie di febbre gialla sono
state registrate nel 1994 in Camerun, Gabon, Ghana e Nigeria ( 91 % dei casi in Africa e 85 % di quelli mondiali) e nel 1995
in Liberia con estensione alla Sierra Leone.
Pertanto, nel corso degli ultimi 2 anni il Gabon e la Liberia sono entrati a far parte dell'area di
estensione geografica della febbre gialla (entrambi i Paesi non riportavano casi dal 1950); inoltre il Kenya ha registrato
la sua prima epidemia nel 1992 e la Sierra Leone la prima epidemia a partire dal 1975. Questi dati indicano che la febbre
gialla non solo è tuttora prevalente in Africa, ma può espandere la sua area d'estensione includendo zone precedentemente
non interessate.
Per quel che concerne il Sudamerica, si è assistito ad un incremento drammatico dei casi
nel 1995 (515 con 213 decessi e un tasso di letalità del 41 %) in gran parte da ascrivere ad una epidemia registrata in
Perú, iniziata a gennaio e conclusasi a metà luglio 1995.
A differenza di quanto avviene per molte altre febbri emorragiche virali, per la febbre gialla
si dispone di un eccellente vaccino che offre elevati livelli di protezione. Il vaccino antiamarillico 17D ( vivente attenuato)
è sensibile al calore e dovrebbe essere trasportato e conservato congelato o a temperatura compresa tra 4 e 8 ° C.
Una volta ricostituito, il vaccino è molto instabile e deve essere utilizzato entro 6 ore. Gli effetti collaterali gravi sono
estremamente rari ( 22 casi di encefalite riportati all'OMS a fronte di oltre 200 milioni di dosi somministrate a partire dal 1945).
Dei 33 Paesi africani a rischio per la febbre gialla, 17 hanno incluso la vaccinazione antiamarillica
nel programma di immunizzazione pediatrica; i livelli di copertura variano però dall'1 all'87 % e soltanto 3 Paesi, Burkina
Faso (55 %), Repubblica centrafricana (52 %) e Gambia (87 %) superano il 50 % di copertura.
Un seminario internazionale sponsorizzato dalla Pan American Health Organization (PAHO) ha
recentemente ridiscusso le modalità di trattamento della febbre gialla riconoscendo che la maggior parte dei casi
si verificano in aree rurali remote.
Per ridurre la trasmissione, i casi sospetti dovrebbero essere posti in stanze isolate con zanzariere
protettive intorno al letto. Non essendovi un trattamento specifico, la terapia di supporto per i pazienti in fase tossica dovrebbe
includere un monitoraggio frequente delle temperatura, dei liquidi e degli elettroliti. La febbre dovrebbe essere controllata con
antipiretici diversi dall'acido acetilsalicilico (e simili). Non è stato raggiunto un consensus riguardo l'utilizzo di eparina in
presenza di coagulazione intravascolare disseminata.
NEUROCISTICERCOSI
La neurocisticercosi ( l'infestazione del sistema nervoso centrale da parte degli stadi
larvali, o cisticerchi, di Taenia solium) costituisce la più frequente malattia parassitaria neurologica dell'uomo.
Molto comune in America Latina, Asia e Africa, la neurocisticercosi viene diagnosticata con frequenza crescente
anche nei Paesi occidentali come conseguenza dell'aumento dei viaggi internazionali, della migrazione da regioni a
elevata endemia e del più largo impiego di metodiche neuroradiologiche e immunologiche, che ne hanno migliorato
la possibilità di diagnosi.
Nel ciclo di trasmissione usuale, l'uomo acquisisce l'infestazione intestinale (teniasi) con
l'ingestione di carne di maiale cruda o poco cotta contenente i cisticerchi di T. solium. Il verme adulto si sviluppa nel
piccolo intestino, producendo le proglottidi che originano dalla porzione terminale dello scolice. All'interno delle
proglottidi avviene la fertilizzazione delle uova che vengono intermittentemente liberate nell'intestino e poi eliminate
con le feci. L'ospite intermedio, il maiale, si infesta ingerendo le uova o le proglottidi presenti nelle feci umane.
I succhi gastrici e i fluidi intestinali attivano le uova dando origine alle oncosfere, che penetrano nella mucosa
intestinale e nei vasi della sottomucosa raggiungendo i muscoli e l'encefalo del maiale. In un periodo variabile da
tre settimane a 2 mesi le oncosfere si ingrandiscono e maturano a formare i cisticerchi. Il ciclo vitale del parassita
si completa quando l'uomo consuma carne di maiale poco cotta contenente le larve.
Nella cisticercosi, l'uomo funge da ospite intermedio per T. solium, anziché da ospite
definitivo: svolge, cioé, il ruolo epidemiologico che nella teniasi ha il maiale. La parassitosi deriva dal consumo
di alimenti contaminati da uova di T. solium; queste ultime danno luogo nell'apparato digerente alle oncosfere,
che attraversano la parete intestinale e raggiungono quindi gli organi bersaglio per via ematica. Nei soggetti portatori
del verme adulto può verificarsi anche l'autoinfestazione, sia per rigurgito di proglottidi o uova nello stomaco
(endoinfestazione), sia per trasporto passivo di uova, con le mani, dall'ano alla bocca (esoinfestazione).
Le manifestazioni cliniche della cisticercosi dipendono dalla localizzazione e dal numero
delle formazioni cistiche presenti e dalla risposta immunitaria dell'ospite. Poche lesioni, localizzate in aree del corpo
non strategiche quali i muscoli o alcune regioni dell'encefalo, rimangono in genere silenti. Nel 70 % dei casi la
neurocisticercosi esordisce con crisi comiziali, spesso dopo un lungo periodo asintomatico. Le convulsioni sono
solitamente generalizzate, oppure focali con generalizzazione secondaria. In alcuni Paesi in via di sviluppo, la
neurocisticercosi viene identificata come la causa di epilessia insorta in età adulta in oltre il 50 % dei casi. La
localizzazione intraventricolare dei cisticerchi costituisce una possibile complicazione responsabile della comparsa
di una ostruzione meccanica del flusso del liquor e conseguente idrocefalo non comunicante. Soltanto una minoranza
dei pazienti presenta paralisi dei nervi cranici o altri segni focali.
Le alterazioni del liquor sono generalmente aspecifiche e possono consistere in modesta
pleocitosi o aumento delle proteine. L'elettroencefalogramma può essere del tutto normale o mostrare alterazioni
aspecifiche. La cisticercosi spinale, un' eventualità rara, viene generalmente diagnosticata dopo l'intervento
chirurgico di rimozione delle formazioni cistiche (che costituisce anche la terapia più raccomandata) anche se
è possibile identificare le cisti eseguendo la RMN o la mielografia. I pazienti tipicamente presentano dolore
radicolare o parestesie, ma talora la sintomatologia si aggrava producendo un quadro di compressione spinale.
Altre rare localizzazioni sono quella oculare, in cui i parassiti possono essere
identificati nell'umor vitreo, nello spazio subretinico, nella camera anteriore dell'occhio o in regione sottocongiuntivale
e le localizzazioni extraneurali. Talora, infine, i pazienti affetti da neurocisticercosi possono presentare accidenti
cerebrovascolari (infarti lacunari secondari ad angiiti o ictus dei grossi vasi), quadri di meningite cronica, deficit
neurocognitivi o episodi di emicrania.
Le indagini neuroradiologiche rappresentano il metodo migliore per porre diagnosi di
neurocisticercosi. La tomografia assiale computerizzata costituisce l'esame migliore perché consente di dimostrare
lesioni calcifiche anche di pochi millimetri. Le cisti parenchimali appaiono come lesioni a bassa densità circondate
da modesto edema; la maggior parte delle cisti ventricolari o cisternali non possono essere visualizzate direttamente
con la TAC. La risonanza magnetica nucleare è l'indagine più sensibile per identificare i cisticerchi a localizzazione
parenchimale o cerebrale e quelle extraparenchimali. Talora gli scolici invaginati possono essere identificati come
noduli murali; questi ultimi sono considerati patognomonici per neurocisticercosi.
Per quanto concerne le indagini sierologiche, si dispone oggi di una nuova metodica
immunoenzimatica (EITBA-enzyme linked immunotransfer blot assay) che utilizza una frazione glicoproteica
purificata ottenuta dal liquido delle cisti e che sarebbe in grado di evitare i fenomeni di reattività crociata con
altre infestazioni da elminti. Questa indagine viene realizzata soltanto in centri di riferimento. La sensibilità di
questa metodica in pazienti con lesioni multiple è del 90 % ma può ridursi a meno del 30 % in caso di lesioni
esclusivamente calcifiche. Gli esami sierologici in commercio, che utilizzano antigeni di T.solium hanno una
specificità notevolmente inferiore.
Benché una sierologia negativa per gli antigeni dei cisticerchi abbia un elevato valore
indicativo negativo per neurocisticercosi, in presenza di immagini neuroradiologiche significative questa diagnosi
non può essere esclusa.
La terapia antiparassitaria non è generalmente indicata nei pazienti con lesioni calcifiche
che presentano crisi comiziali e in tali casi il trattamento deve limitarsi all'utilizzo di farmaci anticonvulsivanti. Nei
pazienti con idrocefalo e infezione inattiva la terapia è di esclusiva pertinenza chirurgica (shunt ventrico-loperitoneale).
Al contrario, nei pazienti con lesioni cistiche attive i farmaci antiparassitari sono in grado
di modificare le alterazioni radiologiche nel 50-90 % dei pazienti evitando la calcificazione delle stesse; inoltre, la
terapia specifica sembrerebbe essere in grado di ridurre le recidive di convulsioni. I due farmaci che hanno
dimostrato efficacia in questa condizione patologica sono il praziquantel (alla dose di 50 mg/kg die per 15 giorni) e
l'albendazolo (15 mg/kg die per 8 giorni). Quest'ultimo sembra essere attualmente il preparato di scelta, in quanto
dotato di una maggiore efficacia in termini di riduzione del numero totale di cisti (88 %), completa scomparsa delle
cisti (55 %) e miglioramento clinico dei pazienti (95 %).
Taluni pazienti in corso di terapia cisticida per la neurocisticercosi vanno incontro a
sintomi quali nausea, vomito, cefalea, vertigini e talora convulsioni. In alcuni casi si evidenziano segni meningei,
pleocitosi liquorale e un aumento della pressione endocranica che può essere pericolosa per la vita del paziente.
Questi sintomi sono stati interpretati come conseguenti a un' importante risposta infiammatoria dell'ospite
conseguente alla lisi dei parassiti cerebrali. L'utilizzo di desametazone (0,1-0,5 mg/kg/die) dal secondo o terzo
giorno di terapia e proseguito per 3 giorni può ridurre o inibire la risposta infiammatoria, migliorare la tolleranza
alla terapia e sembra essere consigliabile benché il suo utilizzo "routinario" costituisca ancora un argomento
controverso.
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