Aggiornamento gennaio 98
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Gestione della febbre
Profilassi delle infezioni
Le micosi
Altre terapie
Costi dei trattamenti
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Terapia e profilassi
Gestione della febbre in corso di neutropenia
La febbre in corso di neutropenia rappresenta un quadro clinico di urgenza
medica e come tale deve essere affrontata. È necessario eseguire esami colturali estensivi precedenti
l'inizio del trattamento ed iniziare il più presto possibile una terapia antibiotica empirica ad ampio spettro
rivolta contro i patogeni che più frequentemente possono causare comparsa di shock settico e morte del
paziente entro poche ore dall'esordio della sintomatologia, anche se questi non sono necessariamente i
patogeni più frequentemente isolati.
Tutti i pazienti neutropenici e febbrili vengono generalmente ricoverati
e trattati in ambito ospedaliero. Questo approccio è al momento messo in discussione, in quanto è stato
dimostrato che un trattamento della neutropenia febbrile, in casi selezionati e con situazione logistica
favorevole (vicinanza dell'abitazione del paziente con il centro di cura) è possibile anche a domicilio o
ambulatorialmente sia negli adulti sia in età pediatrica. Esistono anche esperienze, in soggetti adulti,
di terapia ad esclusiva somministrazione orale. In attesa di una migliore definizione di pazienti a basso
rischio di infezione grave e/o di complicanza medica grave, la gestione domiciliare o ambulatoriale del
paziente neutropenico e febbrile rimane comunque un approccio sperimentale.
Scelta della terapia iniziale
La scelta dello schema di terapia empirica iniziale dovrebbe essere
basata su dati epidemiologici locali e su considerazioni economiche. Sulla scorta di questi dati e a
parità di efficacia clinica pragmatica, intesa come la "generica" capacità di sfebbrare un paziente
indipendentemente dalla diagnosi dell'episodio (deducibile dall'esame critico di studi clinici controllati),
l'opzione terapeutica di minor costo (costo del farmaco, dei presidi infusionali e del tempo infermieristico)
dovrebbe essere da privilegiare.
La tabella 8 riporta i dosaggi consigliati dei principali antibatterici impiegati nella terapia
empirica iniziale della neutropenia febbrile.
Le associazioni più studiate al momento consigliabili come riferimenti sono:
- Associazione ceftazidime+amikacina. Rimane probabilmente ancora
l'opzione di riferimento, che dovrebbe essere da preferire in caso di elevato rischio di sepsi da Pseudomonas.
Le dosi consigliate sono:
ceftazidime 100 mg/kg (massimo 6 g/die ) in 3 sottodosi
amikacina 20 mg/kg (massimo 1.5 g/die) in dose singola giornaliera infusa in 30'
- Associazione ceftriaxone+amikacina. Non è da consigliarsi in
presenza, o nel forte sospetto, di infezione da Pseudomonas.
Le dosi consigliate sono:
ceftriaxone 80 mg/kg (massimo 2 g/die) in dose singola giornaliera
amikacina 20 mg/kg (massimo 1.5 g/die) in dose singola giornaliera infusa in 30'
- Associazione piperacillina-tazobactam+amikacina. Il suo utilizzo
può essere consigliabile in centri con frequenti infezioni da streptococchi o enterococchi.
Le dosi consigliate sono:
piperacillina 300 mg/kg (massimo 16 g/die) in 4 sottodosi (trattandosi di associazione fissa le dosi
vengono fornite indicando la sola piperacillina)
amikacina 20 mg/kg (massimo 1.5 g/die) in dose singola giornaliera infusa in 30'
- Monoterapia con beta-lattamico. Gli antibiotici che sono
stati maggiormente testati in monoterapia sono ceftazidime, imipenem e meropenem.
Per quanto riguarda il ceftazidime le recenti segnalazioni di aumento
di ceppi resistenti inducono a consigliare cautela. I carbapenemi risultano efficaci sui ceppi ceftazidime
resistenti e proprio per questa ragione non dovrebbero essere impiegati nella terapia iniziale, riservando
il loro uso ai casi di infezioni documentate da agenti patogeni multiresistenti.
Inoltre, a causa della loro capacità di indurre la produzione di
beta-lattamasi ad ampio spettro, il loro impiego troppo diffuso potrebbe portare ad un aumento
della diffusione di ceppi batterici multiresistenti. Infine, presentano costi assai elevati.
I due carbapenemici indicati (imipenem-cilastatina e meropenem)
presentano virtualmente lo stesso spettro d'azione, ma si differenziano perchè il meropenem non
necessita dell'aggiunta della cilastatina ed è meglio tollerato. Inoltre la somministrazione di imipenem
è stata associata ad insorgenza di enterite da C. difficile.
Le dosi consigliate sono:
ceftazidime 100 mg/kg (massimo 6 g/die ) in 3 sottodosi
imipenem 80 mg/kg (massimo 4 g/die) in 3-4 sottodosi
meropenem 60 mg/kg (massimo 3 g/die) in 3 sottodosi
Recentemente due nuove cefalosporine di IV generazione,
cefepime e cefpirome, sono state proposte per la monoterapia. Entrambi i farmaci presentano
attività anti Gram-positivi (inclusi streptococchi e stafilococchi oxacillino-S) e Gram-negativi
(compreso Pseudomonas ceftazidime-S).
Cefepime: in associazione con amikacina è risultato efficace quanto la
classica associazione ceftazidime-amikacina (Clin Infect Dis 1997; 24: 41-51). Cefepime è stato proposto
anche come monoterapia con due diversi schemi posologici 2 g 2 volte/die e 2 g 3 volte/die.
Tuttavia, poichè nella somministrazione ogni 12 ore il livello di antibiotico
scende al di sotto della MIC per Pseudomonas prima della dose successiva sembra più prudente consigliarne
la somministrazione in 3 dosi giornaliere.
La dose pediatrica è di 100 mg/kg/die, anche se in casi particolari (meningite,
specie in età neonatale) è stato somministrato a 150 mg/kg/die.
Cefpirome: in uno studio randomizzato, l'associazione cefpirome-gentamicina
è risultata efficace quanto l'associazione piperacillina-gentamicina (Abstract 20th International Congress of
Chemotherapy, Sidney, Australia 29 giugno-3 luglio 1997). La dose proposta di cefpirome è stata 2 g 2 volte/die.
Al momento non è suggeribile una dose pediatrica.
- Uso degli aminoglicosidi. L'amikacina è l'aminoglicoside
che è stato usato nella maggior parte degli studi su grandi casistiche di soggetti con neutropenia febbrile,
alcune delle quali comprendenti anche numerosi pazienti in età pediatrica.
Esistono sufficienti dati per consigliarne l'uso in singola
dose giornaliera. La tossicità renale dell'amikacina può essere monitorata con la verifica routinaria
dei livelli ematici. Per ragioni tecniche è preferibile dosare il farmaco 8 ore dopo il termine
dell'infusione, dal momento che è dimostrata l'esistenza di una correlazione lineare tra questi
livelli e quelli di base (che sono un marcatore della tossicità).
Questi valori dovrebbero essere < 15 mg/l. In caso di valori
superiori è necessario ridurre proporzionalmente la dose di farmaco (EORTC-IATCG, dati non pubblicati).
È probabilmente più ragionevole, anche perchè sicuramente meno
costoso, valutare i livelli ematici di amikacina solo in caso di incremento della creatinina.
Nel paziente che non risponde alla terapia e che ha una infezione
documentata da patogeno sensibile all'amikacina può essere indicato il monitoraggio dei livelli di
picco (30 minuti dopo il termine della somministrazione), allo scopo di incrementare la dose se i
livelli appaiono bassi (< 50 mg/l). Anche altri aminoglicosidi, somministrabili anch'essi in dose
singola giornaliera, potrebbero comunque essere equivalenti all'amikacina in termini di efficacia
e tossicità.
- Uso dei glicopeptidi. L'aggiunta routinaria di un antibiotico
glicopeptidico (vancomicina o teicoplanina) al protocollo empirico iniziale non è indicata, se non in
determinate situazioni di alta probabilità di eziologia da Gram-positivi in centri con elevata incidenza
di meticillino-resistenza. Il sospetto che l'infezione sia dovuta ad un Gram-positivo si pone in pazienti
con anamnesi positiva per precedenti infezioni stafilococciche o con cateteri venosi centrali malfunzionanti
o recanti segni di infezione all'emergenza o lungo il decorso del catetere stesso.
Profilassi delle infezioni nel soggetto neutropenico
Profilassi delle infezioni batteriche
Numerosi studi, negli ultimi anni, hanno dimostrato che la somministrazione orale
di fluorochinoloni per os è in grado di ridurre il numero di sepsi da patogeni Gram-negativi in soggetti neutropenici.
L'associazione di un farmaco anti Gram-positivi (quali ad esempio penicillina V o rifampicina)
con un fluorochinolone è in grado di ridurre anche il numero di episodi di sepsi da Gram-positivi.
Questo dimostra che i farmaci impiegati sono in grado di agire in maniera efficace
contro i patogeni.
Tuttavia si noti che l'introduzione della profilassi antibatterica con farmaci assorbibili
(specie chinoloni), almeno per quanto riguarda i trials EORTC, ha portato ad una riduzione della percentuale
di infezioni microbiologicamente documentate senza sepsi e ad un aumento delle febbri di origine sconosciuta,
senza modificare sostanzialmente le percentuali di sepsi e infezioni clinicamente documentate
(tabella 7, Figura 1,
Figura 2).
Inoltre nessuno studio ha dimostrato che la somministrazione di queste profilassi
è in grado di ridurre il numero globale degli episodi febbrili. Gli unici studi, controllati contro placebo,
che per loro caratteristiche avrebbero potuto rispondere a questo quesito, sono stati eseguiti su casistiche
numericamente del tutto inadeguate per fornire delle risposte scientificamente valide.
Alcuni Autori, tuttavia, segnalano che nella loro esperienza l'uso dei chinoloni in
profilassi ha comportato una minor necessità di terapie "aggressive" anti Gram-negativi al momento della
comparsa di febbre in corso di neutropenia (Clin Infect Dis 1995; 20: 907-912).
D'altra parte, però, l'uso dei chinoloni ha poi condotto ad un aumento del numero
di ceppi resistenti isolati. Questo fenomeno è segnalato da centri diversi e in alcuni casi è stato associato anche a
selezione di ceppi resistenti contemporaneamente a chinoloni, beta-lattamici e aminoglicosidi
(Clin Infect Dis 1994; 19: 54-59).
La pubblicazione di un recente studio canadese (Ann Intern Med 1996; 125: 183-190),
ha portato alla ribalta il problema della effettiva utilità (in rapporto alla reale riduzione degli episodi febbrili, delle forme
documentate e dell'insorgenza di ceppi resistenti).
L'indicazione che sembra a questo punto cominciare a farsi strada (Ann Intern Med 1997;
126: 830-831) è che forse le diverse strategie di profilassi antibatterica (con chinoloni o con altri farmaci) possono
essere utili, ma possono (o debbono ?) non essere applicabili in tutte le circostanze e in tutti i centri, in attesa di studi
che dimostrino l'efficacia della profilassi nel ridurre il numero globale di episodi febbrili e, quindi, la necessità di
ospedalizzare i pazienti e di eseguire una terapia antibiotica empirica.
Impiego nella profilassi delle infezioni batteriche dei fattori di crescita midollare
I fattori di crescita midollare (G-CSF e GM-CSF) sono stati dimostrati efficaci
nel ridurre la durata della neutropenia post-chemioterapia. In questo senso è invalso l'uso del loro impiego
come profilassi delle infezioni.
Tuttavia recentemente sono stati pubblicati due studi in doppio cieco (con placebo)
eseguiti in adulti con tumori solidi e in bambini con leucemia acuta (N Engl J Med 1997; 336: 1776-1780 - N Engl J
Med 1997; 336: 1781-1787) in cui il G-CSF, pur riducendo la durata della neutropenia, non ha ridotto in maniera
significativa l'incidenza di episodi febbrili rispetto ai pazienti trattati con placebo.
In tal senso, perciò, non sembra giustificabile il loro uso allo scopo di eseguire una
profilassi delle infezioni.
Profilassi della polmonite da Pneumocystis carinii
La profilassi della polmonite da P. carinii può essere eseguita secondo
schemi differenti. La forma di profilassi sicuramente più efficace è data dalla somministrazione di
cotrimossazolo per 3 giorni consecutivi/settimana (5 mg/kg/die di trimetoprim, massimo 320 mg,
in 2 sottodosi). Questa modalità di profilassi appare assai efficace e ben tollerata.
Una alternativa accettabile in caso di intolleranza potrebbe
essere il dapsone (2 mg/kg, massimo 100 mg, in dose singola giornaliera per 3 giorni non
consecutivi /settimana), che è stato dimostrato efficace nei pazienti con AIDS. Tuttavia soggetti con
reazioni ai sulfamidici potrebbero presentare reazioni al dapsone (sulfone).
Altra possibilità potrebbe essere data dalla pentamidina aerosol.
Tuttavia le difficoltà di somministrazione (specie nei bambini più piccoli), la segnalazione di
polmoniti da P. carinii atipiche e talvolta associate a pneumotorace e la segnalazione di pneumocistosi
extrapolmonari (tutto in pazienti con AIDS) a nostro avviso ne limitano notevolmente le indicazioni
nei pazienti in trattamento per malattia neoplastica.
Del tutto da valutare al momento l'uso dell'atovaquone.
Le micosi
La tabella 9 riporta le principali dosi
consigliate e le modalità di somministrazione per i farmaci antifungini al momento disponibili.
La tabella 10 riporta alcuni
accorgimenti pratici per la somministrazione dell'anfotericina B e il controllo di alcuni effetti collaterali.
Terapia empirica antifungina
Sulla base di studi clinici eseguiti su casistiche assai limitate in pazienti
persistentemente febbrili (> 38°C) e neutropenici (< 500 PMN/mmc) dopo 5 giorni di terapia antibiotica,
privi di qualunque documentazione di infezione batterica (specie se colonizzati in più sedi da funghi)
è invalso l'uso di somministrare empiricamente una terapia antimicotica, anche se una dimostrazione
definitiva dell'efficacia di questo tipo di approccio terapeutico non è mai stata ottenuta.
Il farmaco generalmente impiegato è l'anfotericina B e la durata della
terapia rimane imprecisata (questo trattamento è accettato anche per i pazienti che ricevevano profilassi
con anfotericina B e.v. a basse dosi).
Recentemente è stato suggerito che anche il fluconazolo possa essere
efficace per questa indicazione, in pazienti che
- non siano in profilassi con fluconazolo
- abbiano anamnesi negativa per pregressa aspergillosi
- siano privi di segni clinici compatibili con una diagnosi di aspergillosi
- siano trattati in centri non gravati da elevata incidenza di aspergillosi
- in assenza di recenti lavori edilizi all'interno del centro o nelle sue immediate vicinanze
Le dosi consigliate sono:
fluconazolo: 6-10 mg/kg/die, in dose singola giornaliera
anfotericina B: 0.8 mg/kg/die, in dose singola giornaliera
Terapia delle micosi documentate
La documentazione di una infezione fungina non è sempre agevole sia
per la difficoltà di crescita in coltura di questi patogeni, sia perchè talvolta sono necessarie procedure
invasive per poter raccogliere campioni di tessuto adeguati per la diagnosi e questo non è sempre agevole
in un soggetto neutropenico e trombocitopenico. Alcune indagini radiologiche, quali TC ed ecografia,
consentono tuttavia di documentare la presenza di quadri abbastanza suggestivi, tali da consentire un
inizio di terapia antifungina. Da valutare sono ancora le metodiche di diagnostica indiretta.
Tuttavia, in qualunque situazione, l'anfotericina B desossicolato resta
il farmaco di riferimento per il trattamento delle micosi da Candida e Aspergillus nei soggetti con
malattia neoplastica. Alcuni miceti, tuttavia (Trichosporon beigelii, Candida lusitaniae, Fusarium
sp e Zygomiceti), possono risultare "intrinsecamente" resistenti all'anfotericina B desossicolato, anche
se si tratta di patogeni infrequenti nei pazienti con malattia emato-oncologica. Per alcuni di essi sono
disponibili valide alternative (Trichosporon e Candida lusitaniae) quali i triazolici, mentre per il Fusarium
non esistendo alternativa è comunque consigliabile il trattamento con anfotericina B.
Il ruolo dei composti lipo-veicolati di anfotericina B (anfotericina B liposomiale unilamellare
[SUV-AmB], anfotericina B complesso lipidico [ABLC] e anfotericina B dispersione colloidale [ABCD]) non è
ancora stato chiaramente codificato.
Al momento attuale non esistono studi clinici comparativi eseguiti su numeri adeguati di
pazienti che consentano di valutare l’efficacia di questi composti sia tra loro sia nei confronti dell’anfotericina B
desossicolato (AmB-D).
La scelta su quale composto impiegare, e se eventualmente impiegarlo, deve perciò per ora
basarsi su considerazioni di ordine farmacologico, su dati derivati dall’animale da esperimento e dai pochi studi clinici
disponibili e su dati di farmacoeconomia.
Da un punto di vista strettamente farmacologico, poichè l’attività fungicida dell’anfotericina B
sembra essere dose-dipendente, è verosimile che la somministrazione di dosi più elevate possa risultare più efficace.
Almeno nell’animale da esperimento, è stato dimostrato che AmB-D possiede un killing rapido, superiore a quello dei
composti lipo-veicolati. In acqua AmB-D tende a dissociarsi spontaneamente da deossicolato con formazione di una miscela di
monomeri idrosolubili e oligomeri, con presenza anche, in varie fasi di aggregazione, di composti insolubili. La proporzione di
farmaco presente in ciascuna di queste condizioni dipende dal metodo di miscelazione del composto, dalla temperatura e
soprattutto dalla concentrazione di AmB. Le varie forme chimiche presenti possono interagire in maniera diversa
con gli steroli delle membrane cellulari. Soltanto la quota di AmB libera (non legata o complessata) è attiva e pertanto la
capacità di danneggiare la cellula (fungina o umana) dipenderà dalla capacità del farmaco di presentarsi in forma non
complessata. L’interazione con l’ergosterolo (o suoi precursori) delle cellule fungine è stata osservata con basse concentrazioni
di AmB, alle quali il farmaco è presente in forma monomerica. A concentrazioni più elevate (a cui si formano gli oligomeri) si
osserva anche interazione con il colesterolo delle cellule umane. Solo le molecole auto-associatesi in oligomeri possono
danneggiare le cellule con colesterolo nella membrana, mentre le cellule fungine (contenenti ergosterolo) possono essere
danneggiate sia dai monomeri sia dagli oligomeri. In assenza di lipidi, AmB-D si decompone spontaneamente per autoossidazione.
In pratica: inizialmente AmB si dissocia con formazione di una miscela di composti monomerici e oligomerici (attivi sui miceti, ma
tossici). Con il passar del tempo AmB in forma monomerica si autoossida, riducendo così l’attività antifungina. È tuttavia
possibile che in vivo la presenza di proteine sieriche inibisca questa autoossidazione. AmB presenta un elevato legame alle
proteine sieriche, specie alle lipoproteine e il complesso lipoproteina-AmB verrebbe internalizzato dalle cellule. Il legame con
LDL e il loro recettore modulerebbe almeno in parte la tossicità di AmB. Inoltre vi è un forte legame con le proteine tessutali,
tanto che il farmaco è stato rinvenuto nei tessuti anche un anno dopo la sospensione della sua somministrazione. Sia pur con
variazioni individuali il legame tessutale si osserva nel seguente ordine decrescente: fegato>milza>polmone>rene. Vi è peraltro
scarsa penetrazione nei fluidi bronchiali e a livello meningeo, mentre possono risultare elevate le concentrazioni a livello biliare.
Il destino metabolico di AmB è oscuro, con una scarsa eliminazione urinaria.
Per quanto riguarda i 3 diversi composti lipo-veicolati, essi variano notevolmente in termini
di struttura, composizione lipidica e biodisponibilità, sia tra loro sia in confronto con AmB-D.
Tutti questi composti sono in grado di concentrarsi nel sistema reticolo-istiocitario, ma
presentano profili farmacocinetici differenti. ABLC presenta una emivita plasmatica breve e sembra raggiungere le
concentrazioni più elevate in fegato, milza e polmoni, con livelli plasmatici inferiori. ABCD presenta anch’esso una
breve emivita e una concetrazione epatica, mentre SUV-AmB presenta una emivita plasmatica maggiore (più lento
uptake da parte del sistema reticolo-endoteliale), si concentra in fegato e milza, ma meno nei polmoni. Tutti e tre i
composti hanno basse concentrazioni renali. In un modello animale, infine, si è recentemente dimostrato che SUV-AmB
presenta buone concentrazioni a livello del parenchima cerebrale.
La loro caratteristica più importante è la ridotta nefrotossicità, anche in pazienti
con funzionalità renale già alterata. Questo ridotto effetto nefrotossico sembra essere equivalente per i tre
composti, anche tenuto conto
dei diversi dosaggi prescritti:
ABLC a dosi di 1-3 - 5 mg/kg
ABCD a dosi di 1- 4 mg/kg
SUV-AmB a dosi di 1-3 (5) mg/kg. La dose di 5 mg/kg non è al momento approvata dalle autorità
statali che regolano la commercializzazione dei farmaci.
Non sono al momento disponibili molti studi (specie comparativi e con un numero adeguato di pazienti)
riguardanti efficacia e tollerabilità di questi composti.
Nelle tabelle 11 e 12 sono riportati alcuni dati ricavati da una recente revisione della letteratura (Support
Care Cancer 1998; 6: 31-38).
In attesa della pubblicazione di studi adeguati si ritiene di consigliarne l’impiego solo in caso di grave
intolleranza o tossicità all’anfotericina B (ad es. creatininemia > 3 mg/dl) o in presenza di micosi documentata che progredisce
nonostante il trattamento. La dose ottimale di terapia di AmB lipo-veicolata dovrebbe per altro aggirarsi intorno ai 5 mg/kg. Negli ultimi
anni si è affermato l’uso di somministrare anfotericina B diluita in preparati lipidici per nutrizione parenterale (Intralipid). Al momento
attuale non esistono studi clinici controllati eseguiti in maniera inoppugnabile che dimostrino una reale efficacia antifungina di quesi
composti (gli unici studi disponibili, con numeri per altro piccoli, dimostrano solamente minore tossicità). Inoltre l’industria
produttrice dell’emulsione lipidica sconsiglia questa preparazione a causa della dimostrata instabilità dell’anfotericina B in
questo preparato. [Per inciso, si fa presente che in un modello animale di leishmaniosi viscerale, è stato dimostrato che questo
composto possiede scarsa attività contro questo parassita.]
Il fluconazolo è stato dimostrato di uguale efficacia rispetto all'anfotericina B
nelle candidemie da Candida sensibile (escluso quindi Candida krusei e Torulopsis glabrata)
sia in soggetti non neutropenici (N Engl J Med 1994; 331; 325-330), sia in soggetti neutropenici
(Am J Med 1996; 101: 170-176).
Questo farmaco si è dimostrato efficace anche come terapia iniziale delle
epatocandidiasi (Clin Infect Dis 1996; 23: 964-972).
L'itraconazolo risulta attivo contro ceppi di Candida intrinsecamente
resistenti al fluconazolo e contro Aspergillus, tuttavia ceppi di Candida con resistenza acquisita a fluconazolo
sono risultati resistenti anche a itraconazolo. Inoltre i problemi di farmacocinetica dell'itraconazolo, almeno
per le formulazioni al momento disponibili, non aiutano certamente quanti desiderino impiegare questo
farmaco.
La durata e la dose totale di terapia di una micosi in un paziente con
malattia emato-oncologica appaiono al momento del tutto aleatorie e sicuramente non codificate.
Indicativamente si può stabilire che il trattamento debba essere proseguito fino a "totale" scomparsa o
a stabilizzazione "prolungata" dei segni di micosi. Sono stati predisposti anche schemi terapeutici per
pazienti che debbano eseguire terapia antineoplastica dopo la diagnosi di micosi. Con queste terapie
non si sono osservate recidive di micosi.
Associazioni di antifungini e terapia sequenziale
L'associazione anfotericina B-flucitosina è considerata il trattamento
di scelta della cryptococcosi meningea ed è probabilmente efficace anche nel trattamento delle
candidosi invasive. Rari case-report segnalano l'efficacia di questa associazione anche nel trattamento
delle aspergillosi.
Esistono modelli animali di studio di altre associazioni di antifungini.
L'associazione fluconazolo-anfotericina B è stata dimostrata efficace con
effetto dose dipendente in un modello animale di infezione da Candida, mentre così non è risultato per
l'associazione itraconazolo - anfotericina B.
Per quanto riguarda la terapia antifungina sequenziale, mentre i modelli
sperimentali animali hanno fornito risultati scoraggianti, la pratica clinica suggerisce che il trattamento
sequenziale anfotericina B - itraconazolo sembra essere un trattamento efficace per le aspergillosi.
Inoltre la somministrazione contemporanea di anfotericina B intranasale e itraconazolo sistemico è
risultata efficace nel trattamento di soggetti con aspergillosi nasale. Infine la somministrazione
sequenziale dell'associazione anfotericina B-flucitosina, seguita da fluconazolo, appare essere il
trattamento a lungo termine più efficace nella terapia della cryptococcosi meningea in pazienti con
malattia da HIV.
Profilassi delle infezioni fungine
Al momento nessun farmaco può fornire una copertura completa contro
tutti i patogeni.
È stato dimostrato che il fluconazolo può prevenire le infezioni da
Candida (ma non da Aspergillus) in pazienti sottoposti a trapianto di midollo, ma non in pazienti
con leucemia. Tuttavia, il suo uso prolungato è stato associato con lo sviluppo di infezioni da patogeni
intrinsecamente resistenti (Candida krusei e Torulopsis glabrata) e con la comparsa di ceppi resistenti di
patogeni in precedenza sensibili.
È stato dimostrato che la somministrazione orale di anfotericina B è
risultata altrettanto efficace di basse dosi di fluconazolo nella profilassi di infezioni micotiche in pazienti
leucemici. Tuttavia si deve sottolineare come questo tipo di trattamento possa risentire della presenza di
stomatite che diminuirebbe la compliance, mentre il fluconazolo può essere somministrato a dosi eguali
per os o e.v.
In alcuni casi la profilassi è stata eseguita con successo somministrando bassi dosaggi di
anfotericina B (cosiddetta ampho-light), anche se la tossicità di questo farmaco può costituire un problema.
Itraconazolo risulta essere efficace contro Aspergillus. Tuttavia in uno studio prospettico, randomizzato, in doppio
cieco in pazienti leucemici, il farmaco somministrato alla dose di 400 mg/die non ha ridotto né l'incidenza di aspergillosi
documentate o sospette, né l'uso empirico di anfotericina B (Leuk Lymph 1993; 11: 353-358).
Questo potrebbe essere correlabile con i bassi livelli plasmatici di questo farmaco che si
ottengono in pazienti con grave mucosite
(Mycoces 1989; 32 [suppl 1]: 103-108).
I risultati con la nuova preparazione coniugata con ciclodestrine sono discordi.
Per altro la profilassi della riattivazione di una precedente infezione da Aspergillus
può essere eseguita con somministrazione di itraconazolo e/o anfotericina B (in talune situazioni anche
combinata: ad esempio anfotericina B intranasale e itraconazolo sistemico). Esistono numerosi studi che
hanno dimostrato come la somministrazione di antifungini sistemici abbia consentito di proseguire il
trattamento antineoplastico in soggetti che avevano contratto una micosi invasiva durante cicli precedenti
di chemioterapia (Cancer 1995; 76: 2357-2352).
Altre terapie
Fattori di crescita
Dal momento che la prognosi di una micosi invasiva è correlata con
la ripresa della funzione midollare, la somministrazione di fattori di crescita (G-CSF, GM-CSF, M-CSF)
dovrebbe essere considerata in ogni caso.
Interventi chirurgici
L'intervento chirurgico di asportazione della massa micotica, quando
possibile, può rappresentare una ulteriore opzione terapeutica. Esso risulta a nostro avviso irrinunciabile
in caso di infezioni micotiche correlate alla presenza di cateteri venosi centrali a permanenza, anche se
questa posizione non è da tutti condivisa, in quanto secondo alcuni Autori la rapida negativizzazione delle
emocolture in assenza di segni di localizzazione profonda potrebbe non richiedere la rimozione del catetere.
L'intervento chirurgico, infine, dovrebbe essere preso in considerazione in
pazienti con sinusite o polmonite da Aspergillus dopo stabilizzazione del quadro clinico.
Trasfusioni di granulociti
Le attuali indicazioni per una trasfusione di granulociti in corso di
neutropenia sono limitate alla comparsa di quadri infettivologici particolarmente gravi e progressivi,
non responsivi alle terapie.
Situazioni in cui la trasfusione di granulociti in soggetti neutropenici
potrebbe risultare efficace sono: gravi sepsi batteriche e infezioni micotiche non responsive alla terapia,
purchè la dose di granulociti somministrati sia adeguata e vi sia compatibilità tra donatore e ricevente.
Tuttavia, i dati di efficacia al momento disponibili sono spesso
discordanti e basati su piccole casistiche.
Da un punto di vista pratico:
- Modalità di raccolta: mediante separazione per centrifugazione,
da donatori sani stimolati con corticosteroidi o con fattori di crescita granulocitari (con posologia non
standardizzata, e con numerosi problemi riguardanti possibili effetti indesiderati a lungo termine).
- Dose giornaliera da somministrare: dovrebbe essere di 2-3 x 1010
granulociti (comunque non inferiore a 1 x 1010). Dovrebbe essere valutato il numero di cellule presenti
in ciascuna unità e un minimo di 1 x 1010 granulociti deve essere presente in almeno il 75% delle unità
testate.
- Conservazione dei concentrati di granulociti: a temperatura di 20-24°C,
senza agitazione, a un pH di circa 7.2, e somministrati il più presto possibile, idealmente entro 6 ore dalla
raccolta e comunque non oltre 24 ore.
- Irradiazione: per evitare il rischio di GVHD da trasfusione in pazienti
particolarmente immunocompromessi, i granulociti dovrebbero essere irradiati con una dose di 25 Gy il più
vicino possibile al momento della trasfusione.
Le trasfusioni di granulociti dovrebbero essere somministrate almeno
giornalmente fino alla comparsa di segni di ripresa midollare (neutrofili > 500/mmc), eradicazione
dell'infezione oppure peggioramento progressivo nonostante una terapia adeguata o al momento dello
sviluppo di gravi reazioni trasfusionali. Si rammenta che le reazioni più gravi sembrano dovute alla
associazione tra anfotericina B e trasfusione di granulociti. Un approccio pratico per evitare eventi
avversi potrebbe perciò essere quello di somministrare l'anfotericina B al mattino e i granulociti nel
tardo pomeriggio.
Si rammenta inoltre come i granulociti possano essere fonte di
infezione da CMV.
Costo dei trattamenti
Il costo delle terapie è diventato ormai una componente essenziale nella valutazione del trattamento
delle infezioni nel soggetto con malattia emato-oncologica. Si è deciso, pertanto, di valutare l’impatto economico, almeno in termini
di costi di acquisizione dei farmaci, per gli antibiotici più comunemente utilizzati nella terapia empirica iniziale della neutropenia
febbrile e dei farmaci utilizzati nel trattamento empirico o mirato delle micosi.
Il costo delle terapie è dato dalla somma di molteplici fattori quali il costo del farmaco (costo di
acquisizione), il costo del suo stockaggio, il costo del materiale per preparare la somministrazione, il costo del personale che
prepara e somministra la dose. Alcune di queste variabili sono sicuramente dipendenti da fattori esclusivamente locali per
ciascuna unità operativa (tempo del personale, ecc), mentre altri, come ad esempio il costo di acquisizione, sono di più facile
determinazione in quanto stabiliti per legge.
Sono stati calcolati i costi di differenti approcci terapeutici valutati in numerosi studi internazionali e
per ciascuna opzione terapeutica sono stati valutati le confezioni disponibili sul mercato italiano al momento (data di
aggiornamento), le dosi consigliate (o consigliabili) giornaliere e il numero di sottodosi. È stato quindi calcolato il costo di
acquisizione di ciascun farmaco e il costo di ciascuna giornata di terapia.
Un aspetto particolare è quello della terapia in età pediatrica. In età pediatrica
vengono normalmente somministrate "frazioni" delle confezioni di farmaco preparate dall’industria, con dosi calcolate sulla base
del peso dei pazienti.
Perciò una parte del farmaco presente nella confezione viene generalmente "sprecata". Poichè il costo
delle confezioni varia a seconda della quantità di farmaco presente in ciascuna di esse, allo scopo di calcolare il costo reale
del trattamento si è proceduto nella seguente maniera:
- calcolo della dose pro kg/die in rapporto al peso del paziente e del numero di sottodosi/die.
- calcolo del numero di fiale necessarie per poter somministrare ogni singola sottodose di farmaco,
basato sulle confezioni disponibili in commercio. In questo caso si è considerato di impiegare le confezioni
a più basso dosaggio possibile (impiegando però non più di 2 confezioni a dosagio differente; per esempio
per somministrare 750 mg di un farmaco 1 fiala da 500 mg + 1 fiala da 250 mg, ma per somministrare 800 mg 1
fiala da 1000 mg e non 1 fiala da 500 mg + 1 fiala da 200 mg + 1 fiala da 100 mg). Sono state prese in considerazione
dapprima le fiale per somministrazione e.v. e qualora queste non fossero state disponibili per una determinata confezione
sono state valutate le fiale per somministrazione i.m. Si ricorda a questo proposito che per utilizzare per via e.v. un preparato
per uso i.m. è necessario ricostruire la fiala con acqua per preparazioni iniettabili o soluzione fisiologica, non utilizzando il
solvente allegato alla fiala che potrebbe contenere lidocaina.
- è stato valutato infine il costo delle confezioni di farmaco necessarie per ogni singola somministrazione, che è stato
quindi moltiplicato per il numero di sottodosi giornaliere per ottenere il costo/die riportato in tabella.
Le confezioni disponibili in commercio sono riportate nella tabella 13.
Il calcolo dei costi è stato eseguito sulla base dei prezzi dei farmaci riportati sull’ Informatore
Farmaceutico, edizione gennaio 1997, ridotti del 50% (sconto di legge per gli ospedali). Pertanto, il costo di alcuni farmaci
può essere variato in base a nuove disposizioni ministeriali, tuttavia, "l’ordine di grandezza" rimane invariato. I costi sono
espressi in Lire.
Farmaci antibatterici
Per i farmaci antibatterici si sono valutati i composti e i dosaggi riportati in numerosi studi di terapia
empirica iniziale della neutropenia febbrile. I dosaggi utilizzati per ciascun farmaco sono riportati nella tabella 8.
I costi di acquisizione per pazienti di peso compreso tra 5 e 40 kg e per la dose massima sono riportati nella
tabella 14.
Farmaci antifungini
Il calcolo dei costi dei farmaci antifungini è stato anch’esso valutato sulla base di alcuni studi clinici
e sulla base dei dosaggi consigliati dall’industria produttrice. I risultati sono riportati nella tabella 15
Le dosi valutate sono le seguenti:
Fluconazolo alle dosi di 6, 10 e 15 mg/kg, considerando come dose limite quella di 400 mg/die, anche
se dosaggi superiori sono stati impiegati
AMB= anfotericina B desossicolato (Fungizone) alle dosi di 0.2, 0.8, 1 e 1.5 mg/kg
SUV-AMB= anfotericina B liposomiale (AmBisome) alle dosi di 1, 3 e 5 mg/kg;
quest’ultimo dosaggio non è riportato tra quelli previsti nel foglio illustrativo, ma è stato considerato in
qualche caso di infezione grave
ABLC=anfotericina B complesso lipidico (Abelcet) alle dosi di 1, 3 e 5 mg/kg
ABCD=anfotericina B dispersione colloidale (Amphocil) alle dosi di 1 e 4 mg/kg
5FC= flucitosina (Ancotil) alla dose di 75 mg/kg/die
Per i diversi preparati di anfotericina B e per la flucitosina non è stata considerata una dose limite.
In qualche caso le dosi sono state arrotondate per difetto, dosi calcolate superiori di 5-10
mg a quelle disponibili nelle confezioni farmaceutiche.
Le confezioni disponibili per ciascun farmaco sono riportate nella tabella 13.
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