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Nuove indicazioni per la classificazione del Pemfigo

Le dermatosi bollose autoimmuni acantolitiche intraepidermiche, clinicamente caratterizzate da vescicolazione a livello muco-cutaneo, riconoscono come fattore patogenetico fondamentale lo sviluppo di un'autoimmunità anticorpale nei confronti di componenti strutturali cutanei.
Dal lontano 1760, anno in cui De Sauvage coniò, per primo, il termine "Pemphigus" seguito circa 100 anni dopo da Auspitz, che registrò le prime caratteristiche istologiche, coniando il termine "acantolisi", la nosografia di tali patologie si è notevolmente arricchita. Già nel 1943 Civatte differenziava le dermatosi acantolitiche autoimmuni, basandosi su criteri istologici, in pemfigo volgare e pemfigo foliaceo. Dieci anni dopo Lever, definendo clinicamente ed istologicamente il pemfigoide bolloso, separava le dermatosi bollose subepidermiche da quelle intraepidermiche. Nel 1964, Beutner e Jordon fissavano i criteri immunopatologici descrivendo, attraverso la metodica di immunofluorescenza, gli autoanticorpi responsabili della malattia.
Ulteriori passi avanti, nell'ultimo decennio, sono stati compiuti dai ricercatori che, grazie a metodiche di biologia molecolare ed immunochimica, hanno ancor meglio caratterizzato il movimento autoanticorpale caratteristico e le strutture antigeniche verso le quali tale movimento è diretto, discriminando, all'interno della stessa famiglia, delle nuove entità cliniche. Quindi, oggi, basandoci sulla tecnica di "Western Blot", metodica sierologica immunochimica che permette di caratterizzare gli antigeni contro cui sono diretti gli anticorpi circolanti, siamo in grado di descrivere almeno due nuove entità di pemfigo differenziandole sulla base di caratteristiche antigeniche, oltre che clinico-morfologiche ed istopatologiche.
L'autoimmunizzazione diretta contro strutture desmosomiali chiamate desmocolline 1 e 2 (p.m. 115-105), componenti della sostanza cementante extracellulare del desmosoma e facenti parte della famiglia delle molecole di adesione delle Caderine (Ca dipendenti), costituita da un movimento autoanticorpale IgA (IgA1), caratterizza, dal punto di vista immunopatologico il pemfigo ad IgA. Esso presenta un quadro clinico polimorfo con varianti tipo pemfigo foliaceo, tipo dermatite pustolosa subcornea, tipo dermatite vescico-pustolosa con risparmio delle mucose, ed un quadro istologico di acantolisi subcornea (nelle prime due varianti) e sovrabasale con un infiltrato, nelle cavità intraepidermiche, a ricca componente neutrofila ed eosinofila.
Ancora discussa, per un certo verso, è la rilevanza nosogenetica di anticorpi contro antigeni desmosomiali che costituiscono il marker sierologico del pemfigo paraneoplastico, caratterizzato sul piano clinico da erosioni mucosali dolorose, da un'eruzione cutanea polimorfa e contemporanea presenza di neoplasia , soprattutto di origine ematologica, a decorso clinico parallelo a quello delle lesioni muco-cutanee. La reattività del siero dei pazienti con pemfigo paraneoplastico sembra essere eterogenea e gli antigeni che realmente giocano un ruolo patogenetico nell'insorgenza della malattia sono numerosi, comprendendo costituenti desmosomiali intracellulari ed extracellulari. Appare probabile che il movimento anticorpale sia, almeno nelle fasi inziali, diretto contro le desmogleine 3 o 1 (molecole bersaglio degli autoanticorpi nel pemfigo volgare e foliaceo) di peso molecolare, rispettivamente, di 130 e 160 kD, coinvolgendo successivamente altre strutture costituenti la desmoplakina 1 (p.m. 250 kD) e 2 (p.m. 210 kD), l'antigene maggiore del pemfigoide bolloso (p.m. 230 kD) ed una molecola di p. m. 185 kD che sembra corrispondere all'envoplachina. È comunque possibile che molte proteine evidenziate dal siero dei pazienti con pemfigo paraneoplastico attraverso metodiche di biologia molecolare ed immunochimica, siano una conseguenza di un disturbo dell'immunità cellulare in pazienti con malattie linfoproliferative, o, anche, un epifenomeno del danno cellulare indotto dagli stessi autoanticorpi.
In conclusione, diviene sempre più concreta la possibilità di una nuova classificazione delle malattie bollose basata non solo su criteri clinici ma, soprattutto, sulle caratteristiche antigeniche delle varie entità cliniche. In questa prospettiva risulta abbastanza chiara l'insufficienza delle tradizionali metodiche d'indagine, affiancate, oramai, nella fase di conferma diagnostica, dalla tecnica di Western Blot.

BIBLIOGRAFIA

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